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Pianificazione Urbana, Diritti e Spazialità

Autori:

Maria Augusta do Amaral Kroetz

Universidade Federal do Paraná - Brasile

Corso di Architettura e Urbanistica

28 ottobre 2020

Premesse sulla Pianificazione Urbana

 

Questo articolo si fonda su tre premesse alla Pianificazione Urbana:
1. La pianificazione urbana stabilisce un rapporto diretto con la spazialità urbana.
2. La pianificazione urbana è un processo economico e normativo.
3. La pianificazione urbana influisce sull'estensione del diritto alla città.

 

La creazione della disciplina di pianificazione urbana, nata nell'800, viene d'una necessità della società dell'epoca di organizzare e controllare lo spazio urbano.1 Dato che la materia la pianificazione urbana è intrinsecamente connessa con lo spazio urbano, non ha senso discutere l'uno senza l'altro. L'atto di pianificare modella i tipi di relazione che gli utenti della città hanno tra di loro e con la città stessa. Ad esempio, una città pianificata su modello della classicità antica era impostata sullo sviluppo di un spazio urbano propenso a incontri tra i cittadini, promuovendo dialoghi e agglomerazione, mentre una città pianificata con principi "razionalisti" tenta di imporre relazione predatorie e gerarchiche tra gli utenti di quella realtà. Questi esempi tornano utili ad evidenziare il peso delle ricadute della pianificazione urbana sulla connotazione della spazialità urbana.    

 

L'urbanistica, sotto un certo aspetto, può essere interpretata come un processo di assorbimento di capitale non reinvestito. Si osserva, nel corso della storia, un utilizzo dei piani regolatori come strumento di incentivo o freno al settore edilizio, seguendo la melodia dei processi macroeconomici. È opinione comune ritenere il mercato immobiliare un termometro dell'andamento economico dei paesi. Se l'economia è in crescita, ad esempio, questo si riflette in un aumento di profitto nel settore edilizio; allo stesso tempo uno dei fattori trainanti di molte economie è proprio il settore edilizio. Sorge allora spontanea una domanda: chi viene prima, la crescita economica o la crescita nel settore immobiliare? Ritenendo palese che lo sviluppo economico di un paese non dipenda da un solo fattore, e dunque quantomeno azzardata la seconda ipotesi, possiamo tuttavia continuare a ritenere economicamente rilevante l'edilizia sotto un altro aspetto ben più interessante: il settore edilizio, infatti come accennato sopra, possiede un'enorme capacità di assorbimento di capitale fermo. Dato che molte crisi economiche sono il frutto proprio di questa concentrazione di capitale non reinvestito, il mercato immobiliare riveste un ruolo fondamentale nella gestione di questo pericoloso surplus finanziario. Si tratta infatti di un settore molto assetato di liquidità, che ha un continuo bisogno di investimento di capitali e di nuova manodopera per vilupparsi. Considerando allora che nuova manodopera significa nuovi posti di lavoro creati, con conseguente crescita dei consumi, si capisce come chi finanzi questo settore sia spesso alla ricerca del facile consenso politico che ne deriva. Ricapitolando, si capisce allora come la pianificazione urbana consista fondamentalmente in un atto di regolazione di processi fisici mirati a modificare lo spazio cittadino, spesso subordinata a ragionamenti di tipo economico-politico. Analizziamo dunque, più nel dettaglio, il retroscena politico connesso alla produzione dello spazio urbano, e cioè, nello specifico, la possibilità che il processo di pianificazione urbana ha di promuovere, o no, il diritto alla città capendo innanzitutto in cosa si sostanzi tale diritto. Henri Lefebvre definisce il diritto alla città come "l'accesso degli utenti alle risorse della città e la possibilità di cambiare di vita nella sfera urbana".

 

Il Consumo di Suolo

 

A seconda della tipologia di pianificazione urbana attuata questi diritti possono essere garantiti ed implementati oppure messi da parte, nascosti da altre priorità. Partendo dalle premesse messe a fuoco nella sezione anteriore, apriamo la discussione sul ruolo della pianificazione urbana nei confronti della regolazione del consumo di suolo nelle città. Analizzando la storia dell'urbanistica, si nota una progressiva accelerazione dei processi di crescita delle città e, conseguentemente, un aumento esponenziale del consumo di suolo.  

Un esempio comune di questo tipo di problematica ci viene fornito da tutte quelle città in cui la spinta alla produzione di beni immobili non è stata frenata da una blanda pianificazione urbana, spesso molto poco restrittiva in termini di consumo di suolo. Il processo di accrescimento delle città ha origine soprattutto da una grande crescita demografica generalizzata unita a processi di forte inurbamento della popolazione che, insieme producono un enorme aumento della domanda di unità abitative e, pertanto, costringono la pianificazione urbanistica a rendere più facile e meno onerosa la realizzazione dei nuovi immobili richiesti. Questo atteggiamento bonario e remissivo dei piani, e più in generale della politica che li ha approvati, nei confronti delle esigenze del mercato ha consentito il moltiplicarsi di situazioni disagiate, caratterizzate innanzitutto da una spazialità urbana debole. Si possono trovare molti casi di questo genere nei Piani di Ricostruzione che hanno caratterizzato l'attività edificatoria di tutto il secondo dopoguerra italiano, e in misura minore, di quello europeo. Ad esempio, il Comune di Roma, negli anni cinquanta e sessanta, per soddisfare un aumento della popolazione urbana, investì un mucchio di quattrini nella costruzione di enormi quartieri di edilizia popolare basati su progetti razionalisti di rapida esecuzione. Per mantenere bassi i costi degli alloggi si è preferito realizzare i complessi nelle aree periferiche generando veri e propri ghetti di segregazione sociale. Inoltre, per mancanza di una regolamentazione che frenasse la costruzione edilizia anche dopo che la crescita demografica si era arrestata in tutto il Paese, ha costruito, nel corso del tempo, circa 200.000 alloggi in più di quelli necessari, continuando tranquillamente ad intascare gli oneri di urbanizzazione che servivano a rimpinguare le casse comunali "da sempre" in profondo rosso. Questo tipo di processo si è spesso tradotto negativamente nella costruzione di spazi urbani invivibili e disumani, creando periferie alienanti perché isolate dei centri urbani, circondate da paesaggi monotoni e autoritari come i progetti razionalisti che li hanno concepiti, provocando, in seconda battuta, uno svuotamento e degradazione anche dell'infrastrutture urbane già esistenti. Cambiando di scenario, in molte città dell'America Latina si trovano ancora oggi in corso processi analoghi. Tutt'ora caratterizzate da aumenti demografici di ben altra portata, queste città perseverano in una pianificazione urbana che, codificata ancora settant'anni fa, lascia spesso a desiderare in termini di regolazione di consumo di suolo traducendosi direttamente nella qualità pessima dello spazio urbano prodotto. Per esempio la città di Brasilia, quando fu fondata negli anni 50 come nuova capitale del Brasile, venne edificata basandosi su di una versione, peraltro alquanto grossolana ed esacerbata nei suoi aspetti più demenziali, della pianificazione urbana razionalista dividendola in zone monouso, in una rigida compartimentazione del tutto sterile, asfittica ed inefficiente. Tutt'oggi, la pianificazione vigente continua a preservare questa concezione autoritaria e monumentalistica della città moderna, disinteressandosi totalmente dei suoi utenti reali i quali vengono segregati in città satellite carenti di servizi e spazi pubblici.

 

Il Consumo Di Suolo e La Pianificazione Urbana Sostenibile

 

Con le analisi svolte abbiamo compreso le molte problematiche generate dal consumo di suolo sfrenato. Cerchiamo allora di capire, in quest'ultima sezione, quali sarebbero gli effetti di un'eventuale atteggiamento contrario, più responsabile. Il controllo del consumo di suolo molte volte viene associato con faciloneria al concetto di pianificazione urbana sostenibile. Purtroppo quest'ultima è, talora, fraintesa. Il concetto di sostenibilità è molte volte confuso con concetti di ecologia o responsabilità ambientale. Invece, la sostenibilità è la caratteristica di un processo che può essere mantenuto a un certo livello indefinitamente, tenendo in considerazione certo la questione ambientale, ma includendo anche tutti i fattori strettamente antropici come i processi economici e quelli sociali.
Recenti cambiamenti di paradigma, caratterizzati tutti da un innovativo approccio volto alla limitazione del consumo di suolo, stanno sviluppando maniere alternative di pensare la prassi urbanistica, cercando di dare un nuovo volto sostenibile alle città. In primis, la riduzione del consumo di suolo viene attuata rendendo difficile o addirittura impossibile nei piani regolatori, l'istituzione di comparti di nuova edificazione. Questi provvedimenti in apparenza tanto coercitivi, si inseriscono invece in un'ottica più positiva di reindirizzamento dell'attività edilizia verso parcelle già urbanizzate, incentivando l'utilizzo delle infrastrutture ed il potenziamento dei servizi preesistenti. Riutilizzare e riqualificare lo spazio urbano già costruito non è che il primo passo verso il raggiungimento di una piena sostenibilità urbana, ma tuttavia contribuisce da subito ad arricchire ed a rinvigorire il tessuto della città esistente, ottimizzando le sue potenzialità spaziali intrinseche, rendendola più dinamica e vitale. Le politiche più recenti che prevedono un rigido controllo del consumo di suolo, già in vigore in molti paesi dell'Unione Europea, acquisiscono un'importante valenza in tutti e tre gli ambiti di sostenibilità sopra citati. Esse possono cioè essere intese come parte di un processo di più ampia salvaguardia ambientale in quanto: combattono l'impermeabilizzazione esacerbata che caratterizza invece molte periferie inondate di calcestruzzo, aiutano a mitigare gli effetti climatici nocivi, contribuiscono a conservare inalterata una maggior porzione di habitat naturale. In ambito economico riescono a facilitare con strumenti di negoziazione, come la perequazione, i rapporti dell'amministrazione pubblica con gli enti privati, riducendo i casi in cui è necessario ricorrere all'esproprio dei terreni, velocizzando contemporaneamente la realizzazione di opere urbane altrimenti "ingessate" nella selva della burocrazia statale.Nell'ambito sociale, infine, riduce gli effetti nefandi della più gretta speculazione immobiliare contribuendo invece ad incentivare tutti quei processi positivi di riqualificazione degli spazi pubblici. In termini di qualità spaziale, per concludere, questo nuovo modello di pianificazione, più attento al riutilizzo dell'esistente che all'insensato spreco di nuove risorse, fornisce gli estremi legislativi entro i quali assume ancora maggior pregnanza un'analisi adeguata della vocazione di ciascun edificio e dunque, diviene un importante stimolo per un'attività architettonica finalmente di qualità: intesa cioè come servizio al cittadino e non solo come espressione di una personalità frustrata d'artista o della voracità del capitalismo neoliberista. Muove cioè verso una città eterogenea, multiforme negli usi e negli spazi. Verso una città capace, in una parola, di garantire il diritto ad ognuno di abitarla come meglio crede e di realizzare al meglio, in essa, sé stesso. Muove verso il diritto alla città.

 

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